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La storia del giapponese (quarta parte) – La nascita dei kana

16 giugno 2016 Lascia un commentoGiapponese, Kanji

Quarta parte della storia del giapponese, la serie di articoli scritti da Bai Jiali. Gli articoli precedenti della serie: prima parte, seconda parte e terza parte.

Ciao a tutti! Per una volta sono riuscito a pubblicare un nuovo articolo senza farvi aspettare troppo.

Nell’episodio precedente abbiamo visto come i più vecchi e complicati metodi di scrittura, in cui si scriveva un ibrido tra cinese classico e giapponese, hanno lasciato il posto al più avanzato man’yōgana (万葉仮名), che utilizzava i caratteri cinesi per il solo valore fonetico e non per il loro significato. Questo ha definitivamente slegato l’idea di “scrittura” da quella di “lingua (e cultura!) cinese”, dando il via a una serie di sperimentazioni che hanno portato ai kana (仮名) usati tuttora.

Dire chi sia stato a inventare i kana non è per niente semplice!

Secondo la versione tradizionale della storia sarebbe stato il monaco Kūkai (空海, 774-835), la persona a cui è stata attribuita la poesia di cui abbiamo parlato nello scorso articolo, anche se l’attribuzione si è poi rivelata falsa.

Quando Kūkai ha intrapreso un viaggio in Cina per studiare le scritture buddhiste originali nell’anno 804, all’epoca introvabili in Giappone, si è ritrovato a studiare anche il sanscrito e il Pali (le due lingue erano all’epoca chiamate bongo 梵語, ossia “lingua indiana”), che facevano uso di un sistema di scrittura molto particolare, specialmente per quanto riguarda l’ordine delle lettere.

Il monaco Kuukai.

Il monaco Kūkai.

Cercando di non complicare troppo la questione, ecco come funziona: anche i caratteri indiani costituiscono una sillaba come i kana, quindi l’insieme dei caratteri è un sillabario, non un alfabeto come il nostro.

I vari suoni del sanscrito e del Pali sono stati ordinati nel IV secolo a.C. dal linguista Pāṇini. Pāṇini voleva creare una lingua perfetta, senza irregolarità. Semplificò la grammatica e le strutture della lingua parlata all’epoca in India (chiamata “vedico”), ottenendo una lingua artificiale ma molto più regolare, che è diventato il sanscrito.

Anche nell’ordinare i suoni, Pāṇini ha seguito questo intento di perfezione: i suoni sono infatti ordinati in maniera ben precisa, in base al luogo di articolazione, ovvero la parte della bocca usata per produrre quel suono. Più un suono è avanti nella lista, più il luogo dell’articolazione è lontano dalla gola.

Per esempio prima ci sono le vocali che, essendo prodotte dalle corde vocali, devono per forza venire per prime. Quindi i primi sei suoni sono le vocali “a”, “i”, “u”, e gli stessi suoni allungati. Dopodiché vengono i dittonghi “ai” e “au”, col tempo diventati “e” e “o”. A, i, u, e, o… Chi studia giapponese dovrebbe riconoscere qualcosa in questa sequenza!

Dopo le vocali ci sono i suoni velari, il cui luogo di articolazione è in fondo al palato, come “k” e “g”, e la serie va avanti così fino ad arrivare ai suoni prodotti nella parte anteriore della bocca, come “l”, “r” e “y”.

Quando Kūkai tornò in Giappone, si convinse che al giapponese occorresse una scrittura fonetica, proprio come quella del sanscrito e, se la storia è vera, inventò i kana. Per quanto riguarda l’ordinazione, al metodo iroha (a lui di molto successivo), preferì il metodo gojūon (五十音, “i cinquanta suoni”), ordinati in maniera simile a quella del sanscrito.

Naturalmente, ora che la fonetica giapponese è cambiata, ci sono diverse discrepanze tra i due sillabari: per esempio, il suono /s/ era una volta pronunciato /ts/ in giapponese (è rimasto così per la sillaba つ). Questo spiega perché le sillabe さしすせそ precedono たちつてと nel sillabario, quando il suono /s/ è uno degli ultimi del sillabario sanscrito.

Il suono ん non esisteva all’epoca (si pronunciava come む), è stato aggiunto in un secondo tempo, ed è per questo che si trova alla fine del sillabario giapponese.

Comunque, anche se è stato Kūkai a ordinare in maniera sistematica le sillabe della lingua giapponese, all’epoca si usavano ancora i man’yōgana, i caratteri cinesi. Ma allora i moderni hiragana e katakana da dove sono nati? Che bisogno c’era di crearli, se ormai si disponeva di un sistema di scrittura pressoché completo?

In epoca Heian, anche se le influenze culturali della Cina erano già molto forti, le donne potevano ancora godere di un prestigio non indifferente. Importanza che, purtroppo, sarebbe via via calata nei secoli successivi. Per questo motivo, sebbene fossero escluse dall’istruzione e dalla vita pubblica ufficiale, molte donne sono riuscite a diventare figure intellettuali di grande importanza (è una cosa accaduta anche in Cina). Oltre a molte opere letterarie e poetiche di quel periodo, alle donne probabilmente dobbiamo anche l’invenzione dello hiragana!

Mentre i documenti ufficiali, appannaggio quasi esclusivamente maschile, erano scritti nel cosiddetto “stile regolare” (楷書 kaisho), ancora usato in molti testi stampati per via della sua leggibilità, molti scritti effimeri, non destinati a essere conservati a lungo, facevano uso dello stile corsivo (草書 sōsho), ben più veloce da scrivere.

A sinistra i caratteri 秋, 春冬 e 夏 scritti in kaisho, a destra gli stessi caratteri scritti in sosho.

A sinistra i caratteri 秋, 春冬 e 夏 scritti in kaisho, a destra gli stessi caratteri scritti in sōsho.

Questo stile corsivo venne usato prevalentemente dalle donne: molte opere da loro scritte, come La storia di Genji (源氏物語 Genji monogatari) facevano uso quasi esclusivamente degli hiragana. Queste opere femminili riuscirono a slegare definitivamente il giapponese dalla scrittura cinese.

Il katakana ha avuto una storia simile, solo che è stato probabilmente sviluppato dai monaci buddhisti. Il lessico buddhista, come vedremo in un prossimo articolo, è infatti pieno di termini stranieri (prevalentemente dal sanscrito e dal Pali). In cinese, lingua di riferimento per i buddhisti giapponesi, questi termini venivano trascritti usando caratteri cinesi. Se i caratteri erano particolarmente complicati, non solo scriverli più volte nello stesso testo diventava controproducente, ma spesso ben pochi riuscivano a leggerli, cosa molto scomoda per un testo religioso che dovrebbe essere leggibile a più persone possibili.

Ecco che quindi venne creato il katakana che, a differenza dello hiragana, partiva dallo stile regolare dei caratteri, ma ne toglieva alcuni tratti: ecco che quindi il carattere 江, che rappresentava la sillaba “e” col metodo man’yōgana, ha dato origine al katakana エ.

L'origne dei kana (fonte:  Wikipedia)

L’origne dei kana (fonte: Wikipedia)

In questo modo, lunghe stringhe di caratteri cinesi come 阿弥陀部 (Amidabu, trascrizione via cinese del sanscrito “Amithāba”, uno dei titoli del Buddha) potevano essere scritte in maniera molto più veloce (in questo caso アミダブ).

Nonostante ciò, i kanji non sono mai stati abbandonati del tutto. Perché? E cosa ne hanno fatto i giapponesi?

Beh, questo lo scopriremo nel prossimo articolo!

Questo guest post è stato scritto da Bai Jiali.
La sua passione per la Cina è nata leggendo “Viaggio in Occidente”. Dopo aver approfondito la letteratura e la cultura di questo paese, ha deciso di dedicarsi allo studio del cinese.

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