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La storia del giapponese (sesta parte) – Le letture on’yomi e kun’yomi

5 settembre 2016 Lascia un commentoGiapponese, Kanji

Sesta parte della storia del giapponese, la serie di articoli scritti da Bai Jiali. In questo articolo della serie spiegherà la nascita delle letture on e kun. Buona lettura!

Ciao a tutti!

In questo nuovo episodio della storia della lingua giapponese scopriremo qualcosa di più sui kanji. Vedremo come sono stati adottati nel giapponese e adattati alle peculiarità di questa lingua.

Già questa introduzione potrebbe farvi sorgere qualche dubbio, se avete letto i precedenti articoli della serie: abbiamo infatti visto come, dall’uso dei caratteri cinesi per il loro valore semantico (per il significato), si è passati ad utilizzarli per il valore fonetico (quindi per il suono), per poi semplificarli nella grafia e farli diventare qualcosa di completamente diverso, cioè i kana.

Perché, se si legge un testo giapponese moderno, si trovano ancora i kanji per di più usati per il loro significato e non (di solito) per il suono? Perché ritornare a utilizzarli nel loro modo più antico? Non è un controsenso?

Questa è una domanda che si pongono anche molti studenti alle prese con la lingua giapponese, provati dalla fatica di imparare centinaia di kanji. Perché non limitarsi a usare semplicemente i kana?

Il motivo è che il giapponese è pieno zeppo di omofoni. Ce ne sono così tanti da compromettere seriamente la comprensione di testo senza kanji. Uno degli esempi più usati è かみ (kami), che può significare diverse cose, a ognuna è associato un kanji diverso. Per esempio 神 significa “Dio”, 紙 significa “carta”, 髪 significa “capelli” mentre 上 vuol dire “sopra”.

Quattro kanji diversi, stessa lettura!

Quattro kanji diversi, stessa lettura (kun’yomi)!

È evidente che non distinguere questi termini potrebbe portare a molte incomprensioni.

Ma la lingua parlata, allora? Come si distinguono tutte queste parole comunicando con un mezzo che non consente di utilizzare i kanji?

In realtà la lingua parlata dipende molto di più dal contesto. Ci sono molti fattori che ci possono aiutare a capire il senso di una frase, come il tono o la gestualità. Nel peggiore dei casi si possono chiedere spiegazioni al nostro interlocutore!

Mi viene in mente la famosa frase italiana “La vecchia porta la sbarra”, ambigua nello scritto (significa che una vecchia porta una sbarra o che un vecchio portone sbarra “qualcosa”?), ma comprensibile se ascoltata.

Insomma, l’adozione dei kanji non è stata dettata solamente da motivi culturali, ma anche pragmatici.

La prima operazione è stata associare una parola giapponese al kanji cinese di significato analogo. Quindi みず (mizu) è stato associato al kanji 水, che significa “acqua”, e il carattere 星 ha ricevuto la lettura ほし (hoshi, stella). Queste letture vengono dette “kun’yomi” (訓読み). Sembra una cosa molto semplice, ma in realtà ci sono diverse complicazioni.

Per prima cosa va detto che il cinese era al tempo una lingua “di superstrato” nei confronti del giapponese. Questo significa che era una lingua prestigiosa, associata alla cultura, alla liturgia e alle scienze, un po’ come il latino e poi il greco da noi.

Nella lingua italiana un sacco di termini tecnici vengono dal greco e dal latino (pensate a “filosofia”, “tecnologia”, ma anche “macchina”, “prezzemolo”…), la stessa cosa succede nel giapponese, che abbonda di prestiti dal cinese, i cosiddetti kango 漢語. Questi termini venivano letti alla cinese (o meglio, alla più vicina approssimazione possibile da parte di un giapponese della lingua cinese), quindi il composto 水星 (Mercurio) non era letto みずぼし (mizuboshi), ma すいせい (suisei). Poco a poco le letture すい (sui) e せい (sei) vennero assegnate rispettivamente a 水 e 星, ma solo quando questi caratteri comparivano in composti cinesi. Proprio come in italiano sappiamo che la radice “bio-” significa “vita”, ma non la usiamo come parola. Queste letture presero il nome di “on’yomi” (音読み).

Una clip del drama “Nihojin no Shiranai Nihongo” che spiega brevemente la nascita dei due tipi di lettura (dal minuto 1:12 a 1:58)

Con il tempo alcune di queste letture cinesi diventarono così comuni da venire usate anche da sole, come nel caso del verbo 信じる, letto しんじる (shinjiru). Spesso erano caratteri con significati specifici della cultura cinese, come ぜん (zen, 禅), il buddhismo Zen, originario della Cina.

C’erano anche composti di parole lette con la lettura originaria giapponese, che mantennero questa lettura anche se le parole erano effettivamente composti. Di solito si tratta di concetti tipicamente giapponesi, come ひがさ (higasa, 日傘), il tipico ombrello giapponese, o かみかぜ (kamikaze, 神風) “vento divino”, concetto che ha acquisito un significato ben diverso in epoca moderna.

Ci sono poi parole i cui kanji usano sia letture on che letture kun. Spesso sono in realtà parole cinesi con un suffisso o prefisso giapponese, come nel caso di きんいろ (kin’iro, 金色), che significa “dorato”.

Infine, ci sono parole giapponesi non composte che si riferiscono a concetti per cui equivalente cinese usava più caratteri. In tal caso la lettura giapponese è attribuita ai kanji nel loro insieme e non è divisibile fra i vari componenti. Per esempio la parola 今日 (oggi) ha la lettura きょう (kyou), mentre per scrivere in kanji la parola くらげ (kurage, medusa) occorrono due kanji, 海月o 水母. Questo genere di letture è detto “jukujikun” (熟字訓).

La regola secondo la quale la lettura kun viene usata per i kanji da soli, mentre si usa la on quando più kanji compaiono assieme ha davvero tante eccezioni!

Lo so, questa puntata è stata davvero difficile, ma c’erano tantissime cose da dire! Spero che vi sia piaciuta, comunque!

Questo guest post è stato scritto da Bai Jiali.
La sua passione per la Cina è nata leggendo “Viaggio in Occidente”. Dopo aver approfondito la letteratura e la cultura di questo paese, ha deciso di dedicarsi allo studio del cinese.

Immagine: sookie

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