Hanami Blog

La storia del giapponese (settima parte) – L’influenza del sanscrito

3 novembre 2016 5 CommentiGiapponese, Kanji

Settima parte della storia del giapponese, la serie di articoli scritti da Bai Jiali. In questo articolo vedremo come il sanscrito ha influenzato la lingua giapponese. Buona lettura! Gli articoli precedenti della serie: prima parte, seconda parte, terza parte, quarta parte, quinta parte e sesta parte.

Nella puntata precedente abbiamo visto i molti modi in cui i kanji, originatisi nella cultura cinese, sono stati adattati e utilizzati nella lingua giapponese. In questo episodio voglio fare… un passo indietro. E dico così non solo perché ci occuperemo di un periodo storico precedente a quello dei kanji (che sono stati pienamente integrati nella lingua giapponese relativamente tardi), ma anche perché dal Giappone ci sposteremo in Cina, anzi, in India.

Perché l’India?

Il buddhismo, religione che si è diffusa ampiamente in Cina, ha avuto origine in India. Le prime testimonianze di una presenza buddhista in Cina, per quanto minima, risalgono al I secolo dopo Cristo circa. La massima espansione si è avuta in epoca Tang (VII-X secolo), ed è proprio in quel periodo che, tramite la Corea, il buddhismo è stato introdotto anche in Giappone.

I testi buddhisti originali non erano certo scritti in cinese, ma in sanscrito. Evitando di complicare troppo le cose, basti sapere che il sanscrito era una delle lingue più importanti dell’India, quasi mai usato per la comunicazione orale, ma più che altro per testi scientifici, poetici o di filosofia. In un certo senso il suo ruolo è stato molto simile a quello del latino e del greco in Europa, o del cinese classico in Cina e in Giappone.

Molti testi buddhisti erano scritti proprio in sanscrito (o in una sua variante più vicina alla lingua orale, il Pāli). Quando questi testi furono portati in Cina, i cinesi si trovarono di fronte a una grandissima quantità di termini e concetti fino al momento assenti nella cultura cinese, dovettero ingegnarsi per trovare una soluzione nel tradurre i testi in cinese classico. I termini cinesi vennero poi importati in Giappone. Molti di essi sono ancora nell’uso comune, spesso la loro origine indiana non è affatto evidente.

Al monaco cinese Xuazang di devono molte traduzioni in cinese dei testi in sanscrito. In questo murale è rappresentato in ritorno dall'India.

Al monaco cinese Xuazang si devono molte traduzioni in cinese dei testi buddhisti in sanscrito. In questo antico murale è rappresentato in ritorno dall’India.

In ogni caso, i metodi scelti dai letterati cinesi per rendere nella loro lingua i termini indiani sono tre:

La ricerca di equivalenti

È il metodo più semplice, ed è stato quello più utilizzato nelle prime fasi della penetrazione buddhista in Cina. Semplificando molto, il metodo consisteva nel trovare una parola preesistente che si avvicinasse al concetto del testo sanscrito e nell’utilizzare questa parola in una nuova accezione. Per esempio, il concetto di sūnyatā (tradotto in italiano come “vacuità”), è stato reso con il termine cinese kōng (空) che significa “vuoto”.

Anche in giapponese ci sono diversi esempi di questa pratica e sono spesso stati creati direttamente in Giappone. Un esempio di termine ancora nell’uso comune nella sua accezione non buddhista è 迷い (まよい mayoi), che ha il significato letterale di “incertezza, esitazione“, ma è stato anche utilizzato per tradurre il termine sanscrito “moha”, che indica l’impossibilità di raggiungere l’illuminazione.

Parlando di illuminazione, anche per questo termine è stato trovato un equivalente giapponese: il famoso 悟り (さとり satori). Il significato letterale di questo termine è “comprensione, consapevolezza“, rispecchia il termine sanscrito bodhi.

La trascrizione fonetica

Questo metodo è stato impiegato nelle fasi successive dell’introduzione buddhista in Cina, quando cominciava ad esserci bisogno di una terminologia più precisa e rigorosa. In mancanza di equivalenti precisi nella lingua cinese, si passò alla semplice trascrizione fonetica.

Questa pratica è molto comune nel giapponese di oggi (si pensi alle numerosissime gairaigo), ma in cinese c’è un problema: la scrittura è composta esclusivamente da caratteri e non ci sono segni puramente fonetici. Che fare?

Per le trascrizioni fonetiche vennero usati principalmente caratteri poco usati, onomatopee e particelle grammaticali, che non portavano significati evidenti. Ecco che quindi la parola “monaco” (比丘, in giapponese letto びく biku, dal Pāli “bhikkhu”) è composto da una particella per formare il grado comparativo degli aggettivi e da “collina”. Il femminile 比丘尼 (in giapponese びくに bikuni, dal Pāli “bhikkhunī”) aggiunge un carattere che significava “caro, intimo”, ma che ormai ha preso il significato del composto in cui è stato usato. Non per niente la lettura kun del carattere è proprio あま, monaca.

Di parole come queste ce ne sono in gran quantità, ma sono perlopiù termini estremamente specifici e legati alla dottrina buddhista.

Tra i più comuni ci sono 菩薩 (in giapponese letto ぼさつ bosatsu, dal sanscrito “bodhisattva”), che indica l’omonima figura del buddhismo, o anche 阿弥陀仏 (in giapponese あみだぶ amidabu, dal sanscrito “Amitābha”), un appellativo del Buddha. Sempre relativo al Buddha c’è anche il saluto estremamente rispettoso 南無 (なむ namu, dal sanscrito “namo”).

Amithaba

Dal momento che il cinese, per ovvi motivi, ricorre di rado ai prestiti da altre lingue, queste parole sono quasi solamente legate al buddhismo.

Il calco

Questa è un altro metodo piuttosto comune, e molte di queste parole si usano comunemente anche nel cinese e nel giapponese contemporanei.

Molti termini sanscriti sono stati tradotti alla lettera, in modo da ottenere una traduzione sia fedele all’originale che comprensibile al lettore cinese. Per esempio, le parole “presente”, “passato” e “futuro” (現在, 過去 e 將來, letteralmente “presente”, “andato oltre”, “non ancora giunto”. In giapponese futuro si scrive 将来) sono dirette traduzioni degli equivalenti sanscriti “atita”, “anagatakala” e “pratyutpanna”.

Un altro esempio potrebbe essere la parola 世界 (mondo) che unisce i caratteri di “tempo” (o “generazione”) e “spazio” (o “confine”). È basato sul sanscrito “lokadhātu”, che significa “regione del mondo”, con la stessa etimologia.

Una curiosità: la parola ばか (baka)

Chiudo l’articolo con una curiosità abbastanza simpatica. Tutti gli appassionati del Giappone conoscono la parola “baka”, ma quanti si sono mai chiesti l’origine della parola? I kanji utilizzati (馬鹿, cioè “cavallo” e “cervo”) sono quasi sicuramente fonetici, oppure indicano semplicemente la scarsa intelligenza di quello che possa confondere i due animali.

Lo studioso del periodo Edo Sadakage Amano (天野信景) ha ipotizzato che la parola possa aver avuto origine come termine spiritoso tra monaci buddhisti, potrebbe derivare dal sanscrito “moha” (“perdizione”, che abbiamo già visto tradotto in giapponese come 迷い), oppure da “muhallaka” (“stupido”, appunto). Insomma, nonostante non sia certo la più cortese delle parole, perlomeno non si può dire che non abbia nobili origini!

Spero che l’articolo vi sia piaciuto! Nel prossimo ci spingeremo nel XVI secolo, vedremo l’influenza sul giapponese di una lingua molto, molto distante dal sanscrito. Alla prossima!

Questo guest post è stato scritto da Bai Jiali.
La sua passione per la Cina è nata leggendo “Viaggio in Occidente”. Dopo aver approfondito la letteratura e la cultura di questo paese, ha deciso di dedicarsi allo studio del cinese.

Immagine: Wikimedia

5 commenti

  1. Un ottimo lavoro, come sempre!

  2. ciao sto scrivendo una tesina sulla lingua giapponese potresti aggiornare “la storia della lingua giapponese” se possibile grazie

    • Ciao, sicuramente aggiornerò il blog non appena l’autore mi scrive le altre parti, purtroppo non ti so dire quando verrà aggiornata la serie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Vuoi un avatar personalizzato? Registrati su Gravatar