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La storia del giapponese (terza parte) – Il man’yōgana

31 maggio 2016 2 CommentiGiapponese, Kanji

Terza parte della storia del giapponese, la serie di articoli di Bai Jiali. Se ancora non l’hai fatto, prima di continuare la lettura ti consiglio di leggere la prima parte e la seconda parte.

Ciao a tutti! Questo è un nuovo articolo della serie dedicata alla storia della lingua giapponese!

È da un sacco di tempo che non mi faccio sentire, quindi, prima di proseguire, farò un breve riassunto dell’articolo precedente. La scrittura è stata portata in Giappone dalla Cina (i primi contatti tra le due culture ci sono forse stati intorno al V secolo a.C.), ma le enormi differenze tra le due lingue hanno comportato una difficoltà considerevole nell’adattare i caratteri cinesi alla lingua giapponese.

Dopo diversi secoli in cui il cinese classico era l’unica lingua scritta, in Giappone iniziarono i primi tentativi di trascrivere la lingua locale utilizzando gli hànzì (漢字, in giapponese kanji) tramite il metodo kanbun (漢文), che consisteva nel scrivere delle frasi in cinese classico con delle indicazioni per leggere i caratteri nell’ordine della lingua giapponese.

Questo metodo aveva molti difetti, in primo luogo perché per leggere c’era bisogna di conoscere i caratteri cinesi e i loro significati, ma anche perché spesso a un kanji potevano corrispondere più parole giapponesi e viceversa. Anche adesso, infatti, ci sono caratteri che hanno in comune una lettura, come 町 e 街 che condividono la lettura まち machi (per saperne di più su questi termini leggi questo articolo).

Questo metodo venne dunque abbandonato e prese piede il metodo detto man’yōgana (万葉仮名). Il man’yōgana ha in realtà origini più antiche del kanbun: la prima testimonianza scritta in giapponese che ci è pervenuta, vale a dire la spada di Inariyama (稲荷山古墳出土鉄剣, いなりやまこふんしゅつどてっけん, inariyama kofun shutsudo tekken) è proprio in man’yōgana.

Le incisioni sulla spada Inariyama

Le incisioni sulla spada Inariyama

È solo in epoca Nara (710-94) che inizia a esserci la necessità di un sistema unico e affidabile in cui scrivere testi in lingua indigena. La civiltà urbana che fiorì proprio in quel periodo portò con sé anche una notevole produzione scritta. È evidente che il metodo kanbun non sarebbe bastato a redigere dei testi così complessi.

Il sistema man’yōgana segna il distacco definitivo dell’idea di scrittura da quella di lingua cinese (classica). Consiste nell’impiegare caratteri cinesi solo per il loro valore fonetico, senza considerare minimamente il significato. A ogni sillaba della lingua giapponese corrispondeva dunque un carattere cinese la cui pronuncia si avvicinasse al suono giapponese. Non c’era più bisogno di conoscere a memoria centinaia e centinaia di caratteri, ma solo una manciata, pari al numero delle sillabe giapponesi. Il sistema man’yōgana è in disuso da secoli, ne rimangono tracce solamente negli ateji (当て字), di cui parlerò in un altro articolo.

Un esempio di testo scritto in man'yōgana

Un esempio di testo scritto in manyogana

Per capire meglio il man’yōgana diamo un’occhiata a questo verso, tratto da una famosissima poesia attribuita (ma non è certo che sia l’autore) al monaco Kūkai (空海 774 – 835), che ha la particolarità di contenere tutte le sillabe della lingua giapponese (dell’epoca) una sola volta. Per molto tempo le sillabe giapponesi sono state ordinate proprio seguendo questa poesia!

以呂波耳本部止

Questo è il primo verso della poesia. Se si considera il significato dei caratteri (rispettivamente “tramite”, una nota musicale, “onda”, “orecchio”, “radice”, “settore”, “fermare”) la frase non ha nessun senso, la pronuncia dei caratteri è:

いろはにほへと (いろはにおえど, irohanioedo in giapponese moderno), vale a dire 色は匂へど (“anche [i fiori] se sono colorati e profumati…”)

Da notare che la pronuncia cinese è molto cambiata da allora, una frase del genere oggi sarebbe pronunciata come “yǐ lǚ bō ěr běn bù zhǐ”.

Il sistema non era perfetto: non essendo stato creato un sistema comune e standardizzato, molto spesso ogni autore sceglieva i propri caratteri per trascrivere i suoni giapponesi. Sillabe come “fa” avevano davvero moltissime trascrizioni (alcuni esempi sono 八, 方, 芳, 房, 半, 伴, 倍, 泊, 波, 婆, 破, 薄, 播, 幡, 羽, 早, 者, 速, 葉, 歯. Puoi trovare una parte delle trascrizioni delle varie sillabe a questo sito).

Capitava inoltre che i caratteri, specie se si riferivano a parole semplici, venissero usati per il significato e non per la pronuncia!

Il sistema man’yōgana è stato molto importante, ma doveva ancora essere perfezionato.

Nel prossimo articolo (che non dovrebbe tardare troppo) vedremo cosa nacque da questo sistema ancora primitivo.

Immagine inizio post: David Offf

Questo guest post è stato scritto da Bai Jiali.
La sua passione per la Cina è nata leggendo “Viaggio in Occidente”. Dopo aver approfondito la letteratura e la cultura di questo paese, ha deciso di dedicarsi allo studio del cinese.

2 commenti

  1. SALVATORE CIANCI

    8 giugno 2016

    Ho letto i tre articoli relativi alla storia della lingua giapponese. Veramente interessanti che mostrano l’intera gestazione della lingua sino ai nostri giorni.Chi l’avrebbe detto che la radice proviene della lingua coreana lingua così diversa dal giapponese? Ho pensato sempre che derivasse dal cinese con la quale sembrano fratello e sorella. Anche il cinese ha avuto il suo ruolo ma all’ultimo si evince che i progenitori provengono dalla Corea.

    • Gabriele Bianchetti

      12 giugno 2016

      Sono contento che ti sia piaciuto l’articolo, e che abbia smentito alcuni stereotipi sulla somiglianza tra cinese e giapponese ^^
      Riguardo a giapponese e coreano, sappiamo quasi per certo che i giapponesi vengono dalla Corea, ma non si è sicuri che le due lingue siano effettivamente collegate. Magari in futuro si scoprirà di più…

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