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Ganbaru e ganbatte: l’importanza di dare il meglio di sé

10 Aprile 2013 2 CommentiGiapponese

Chi studia il giapponese avrà già visto questa parola moltissime volte: è davvero usatissima, forse fin troppo! Oltre ad essere una parola che sentirai spesso, è una delle parole che incarna maggiormente lo spirito giapponese, in senso positivo e negativo.

Per 頑張る (ganbaru) faccio davvero fatica a trovare un corrispondente in italiano, infatti è spesso tradotto con espressioni simili a “buona fortuna” o “in bocca al lupo”. Se in Italia si dà importanza alla fortuna, in giapponese si preferisce usare questa parola che significa impegnarsi al massimo, mettercela tutta, non mollare, perseverare, essere tenace fino alla fine. Insomma non bisogna arrendersi e continuare ad andare avanti nonostante le difficoltà, fino a portare a termine il proprio compito.

Non stupisce vedere questa parola in molti contesti quotidiani in Giappone, un paese dove il lavoro e la diligenza è molto importante. Che siano grida di incoraggiamento ai propri compagni di classe o ai colleghi di lavoro, per tifare la propria squadra, nello studio o in tanti altri contesti, viene usata per incoraggiare a dare il meglio. Ogni giapponese deve il più possibile impegnarsi nel lavoro e nello studio, ma anche saper accettare anche i risultati negativi perché si è dato davvero il massimo. Ma in ogni caso bisogna sempre cercare di migliorare!

Puoi trovare 頑張る coniugato in diversi modi come 頑張って (ganbatte) o 頑張れ (ganbare) per spronare altre persona a fare uno sforzo, entrambe sono delle forme riconducibili a un imperativo. Puoi anche usare la forma 頑張ってください (ganbatte kudasai) per un imperativo un po’ meno brusco e utilizzabile con persone più alte di grado.

Oppure nella forma 頑張ります (ganbarimasu), per dire “ce la metterò tutta”, spesso usata come risposta all’esortazione di impegnarsi. In altri casi si può sentire questa parola sul lavoro per scusarsi di un errore fatto, con la promessa di “impegnarsi la prossima volta”. È un modo per non prendersi tutta la responsabilità di ciò che è accaduto.

La parola è stata usata come slogan per il terremoto di Kobe nel 1995 e per il disastro di Tohoku avvenuto due anni fa. Sono due esempi che dimostrano quanto è importante rialzarsi e cercare di superare le difficoltà anche in questi momenti, cercare di ricostruire tutto come era prima. Anche se ad essere sincera non so se sia la miglior cosa da dire a chi ha perso tutto, vedremo tra poco il perché.

Esempio di manifesto con lo slogan がんばろう (ganbarou), in occasione del terremoto del 2011

Esempio di manifesto in occasione del terremoto del 2011.
私たちは、3.11を忘れない。(Watashitachi wa 3.11 wo wasurenai) Noi non dimenticheremo l’11 marzo.
がんばろう東北! (Ganbarou Tohoku!) Mettiamocela tutta/Facciamo del nostro meglio, Tohoku!

Questo non arrendersi mai, neanche quando tutto sta andando per il verso sbagliato, fa proprio parte del pensiero giapponese. È un termine che riprende il concetto Zen di “gaman” (我慢), una parola che significa sopportare, pazientare, tollerare. Ma mentre gaman vuol dire semplicemente sopportare gli eventi senza lamentarsi, ganbaru significa agire per cercare di superare le difficoltà, è un processo attivo.

Il concetto del ganbaru è uno dei pilastri della cultura giapponese, i giapponesi usano questa parola per ricordare a se stessi e agli altri che non bisogna mai mollare davanti alle difficoltà, cercando di fare sempre del proprio meglio.

Non sempre però si intende impegnarsi nei limiti delle proprie possibilità, possono essere richiesti degli sforzi che vanno ben oltre, perché è così che richiede il tuo superiore, la società e così via.

Questa parola dal significato positivo può portare a conseguenze negative, come il sacrificarsi per portare a termine un compito, oppure per affrontare una situazione che dipende da cause esterne, il cui impegno o meno non può cambiare la situazione.

Immagina di sentirti dire “ganbatte” di fronte all’ennesimo lavoro straordinario. Non è proprio un bel incoraggiamento, vero? Non c’è da stupirsi se in Giappone c’è il problema delle morti per il troppo lavoro (過労死, karoushi), però è la società che lo richiede: se dici di no a un lavoro straordinario sei visto come una persona pigra con poca voglia di impegnarsi.

Come abbiamo visto prima forse non è neanche la parola più adatta da usare a chi si trova nella disperazione più totale: ti verrebbe da dire “metticela tutta” a chi ha subito il terremoto?

Non c’è dubbio che la parola in diversi contesti il suo utilizzo sembri poco appropriata, specialmente secondo il nostro modo di pensare, ma i giapponesi imparano questo concetto fin da piccoli.

Spero che l’articolo ti sia stato utile per approfondire questo termine giapponese. Non posso che dire 頑張って (ganbatte) per il tuo studio del giapponese! Naturalmente in senso buono!

Fonti articolo: Wikipedia, Ezine Articles, Japan Times

Immagine: jetalone Flickr

2 commenti

  1. anega tanega

    10 Aprile 2013

    Articolo molto interessante!
    頑張る lo preferisco al nostro ‘buona fortuna’, perché mette in primo piano l’individuo, che non si affida a forze superiori per farcela.
    我慢 è davvero strano: in cinese significa letteralmente io (sono) lento.
    Ma perché in giapponese è così?
    So che in giapponese 我我 vuol dire ‘noi’, nel senso di società, associazione…
    Ma 慢?

  2. Grazie.
    Grazie a chi mi ha regalato della conoscenza. Ora mi sento piu’ ricco.

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