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La storia del giapponese (decima parte) – Il Giappone in epoca moderna

26 Ottobre 2018 Lascia un commentoGiapponese

Decima e ultima parte della storia del giapponese, la serie di articoli scritti da Bai Jiali. In questo articolo vedremo come è cambiata la lingua durante l’epoca moderna. Buona lettura! Gli articoli precedenti della serie: prima parte, seconda parte, terza parte, quarta parte, quinta parte, sesta parte, settima parte, ottava parte e nona parte.

Ciao a tutti! Dopo l’ennesima, lunghissima pausa sono di nuovo qui per parlarvi della storia della lingua giapponese, in quella che sarà l’ultima puntata di questa serie.

1867-1945

Nell’ultima puntata ci eravamo concentrati su uno dei momenti più floridi e vitali per la cultura giapponese, ossia il periodo Edo. Questo periodo giunge al termine con l’arrivo delle “navi nere” (黒船 kurofune) dell’ammiraglio Matthew Perry. Questi apparteneva alla marina degli Stati Uniti, paese a cui non era consentito l’ingresso in Giappone. L’ammiraglio Perry portava con sé una lettera da parte del presidente, che minacciava il ricorso all’azione bellica nel caso il Giappone non avesse voluto aprire i propri porti ai paesi esteri.

L’imperatore, ben conscio del terribile impatto avuto dalle potenze occidentali sulla Cina, nonché del colonialismo nel Sudest Asiatico, e resosi conto della superiorità occidentale americana, non poté far altro che accettare, dando così inizio alla cosiddetta restaurazione Meiji (明治維新 Meiji ishin), cioè il rafforzamento del potere dell’imperatore, che era diventato secondario rispetto ai funzionari militari.

Stampa giapponese che rappresenta le “navi nere” di Perry

Fu proprio in questo periodo che le prime parole straniere non provenienti da lingue asiatiche o dall’olandese cominciarono a fare ingresso nel giapponese. Per la maggior parte si tratta di parole relative a oggetti di uso quotidiano, come シャッポ (shappo, dal francese “chapeau”) o ハンカチ (hankachi, dall’inglese “handkerchief”). In molti di questi casi, un equivalente giapponese già esisteva (per esempio “cappello”, 帽子 boushi, ancora in uso), ma l’uso delle parole occidentali era visto come più raffinato.

Molte di queste parole, però, sono state in uso solo per un breve periodo, per poi venire abbandonate. In altri casi, invece, la parola giapponese e quella di origine inglese hanno assunto significati diversi: per esempio, la parola トランプ (toranpu, dall’inglese “trump”, briscola) significa ancora oggi “carta da gioco occidentale”, mentre il giapponese 歌留多/かるた (karuta, che è in realtà un prestito dal portoghese) ha visto il suo uso limitato alle carte locali.

Iroha karuta

Un esempio di carte moderne da karuta

Per concetti più astratti si utilizzò l’approccio dei wasei kango (和製漢語). Come forse vi ricorderete, con “kango” si definiscono le parole di origine cinese. Ma wasei kango significa “kango creato in Giappone”. Cosa significa? Semplice: i wasei kango sono parole scritte generalmente in kanji, che utilizzano solo letture on (cinesi) e sono composte in una maniera che abbia senso anche in cinese classico. Per esempio, 哲学 (tetsugaku, filosofia), significa letteralmente “studio della sapienza”.

Famosa è la seguente frase, scritta dal celebre scrittore Natsume Sōseki per lamentarsi della mancanza di equivalenti giapponesi per esprimere concetti occidentali: law ハ nature ノ world ニ於ル如ク human world ヲgovernシテ居ル

La frase utilizza il katakana anziché lo hiragana e presenta una grammatica un po’ arcaica, ma significa “La legge governa il mondo umano nel modo in cui funziona in quello naturale”. Tutte le parole scritte in inglese erano, almeno per Sōseki, del tutto intraducibili in giapponese. La situazione era grave come la presentava il grande scrittore? Probabilmente no, si tratta soltanto del senso di inadeguatezza culturale prevalente in Giappone all’epoca.

Lo scrittore Natsume Sōseki

Per molti di questi concetti esistevano dei traducenti indigeni (o di origine cinese), ma spesso non corrispondevano esattamente ai loro equivalenti nelle lingue europee. Per esempio, sia religione che filosofia sono traducibili con il termine 教 (kyou, letteralmente “insegnamento”, spesso tradotto in “dottrina”), per questo furono coniati i termini 宗教 (shuukyou) e 哲学 (tetsugaku). In ogni caso, già prima si faceva una distinzione tra la corrente filosofica e quella religiosa di una particolare dottrina: il daoismo inteso in senso religioso era chiamato 道教 (doukyou, “la dottrina della Via”), mentre la scuola filosofica era chiamata 道家 (douka, “la scuola della Via”).

Per tradurre l’occidentale concetto di “mondo” non si coniò una nuova parola, ma si ripescò un termine all’epoca abbastanza inconsueto. La parola più comune per dire “mondo”, all’epoca, era 世の中 (yo no naka, ancora nell’uso comune), o semplicemente 世 (yo). Il problema è che yo aveva molti altri significati, fra cui “generazione”, “società” e “relazioni sociali fra i sessi”. Fu così riutilizzato il termine 世界 (sekai, che abbiamo visto nell’articolo dedicato all’influenza della lingua sanscrita), che all’epoca era un termine buddhista, indicante il mondo dei mortali.

La maggior parte di queste wasei kango sono state poi prese in prestito (seguendo la lettura dei caratteri nelle varie lingue) in coreano, vietnamita e nelle diverse lingue cinesi, dal momento che il Giappone era in quel periodo il Paese più progredito dell’Asia Orientale.

In contrasto a questa tendenza, nel periodo dell’Impero Giapponese il numero di gairaigo (parole di origine straniera) si ridusse enormemente, anche a causa del forte nazionalismo del Giappone.

1945-oggi

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, conclusasi in modo disastroso per il Giappone, fino a oggi, molti sono stati i cambiamenti che hanno interessato la lingua giapponese.

Come prima cosa, va ricordato che è stata introdotta una riforma ortografica della lingua: fino a quel momento i kana, pur avendo valore fonetico, rispecchiavano la pronuncia dell’epoca Heian, ossia di quasi 1000 anni prima. 今日 (kyou, oggi) si scriveva infatti けふ (kefu), ma si leggeva comunque kyou. Con la riforma ortografica, molte di queste irregolarità furono eliminate, solo le particelle grammaticali, come は, へ o を, mantennero la vecchia grafia.

Allo stesso tempo, per molti kanji vennero ufficializzate delle nuove forme (shinjitai 新字体), più semplici e basate sulla grafia corsiva. A differenza che con la semplificazione dei caratteri in cinese, in questo caso rimane comunque possibile utilizzare i vecchi caratteri, di solito in contesti formali. Per esempio, “drago” si può scrivere nella nuova forma (竜), ma la vecchia forma (龍) rimane abbastanza comune.

Un altro fenomeno che ha interessato la lingua è il grande influsso di parole straniere, prevalentemente dall’inglese. Non solo il loro numero è altissimo, ma vi sono anche molti casi di wasei eigo (和製英語), letteralmente “parole inglesi create in Giappone”, che non esistono in inglese ma sono basate su radici di quella lingua. Tipico esempio è “sarariiman” (サラリーマン, “impiegato”), basato sull’inglese “salaryman”, che è però una creazione tutta giapponese. Abbiamo visto altre wasei eigo in questo articolo.

Molte parole di origine inglese, poi, hanno preso un significato del tutto diverso in giapponese, come baikingu (バイキング), dall’inglese “viking” ma con il significato di “buffet”, dal nome di uno dei primi locali che lo organizzò. Per integrare al meglio le parole di origine straniera sono state create addirittura delle nuove combinazioni di kana, come ティ (ti) o ヴェ (ve), per rappresentare suoni assenti dal giapponese.

Un esempio di buffet バイキング (baikingu)

L’avvento del computer ha influenzato ulteriormente la lingua, soprattutto per quanto riguarda i kanji. Non dovendo più scriverli a mano, i giapponesi spesso non sono più in grado di farlo, soprattutto nel caso dei caratteri più complessi, ma la semplicità di scriverli digitalmente ha reso possibile l’utilizzo di molti più kanji che in passato.

In conclusione…

In questi dieci articoli, che sono stati scritti nell’arco di più di tre anni, abbiamo visto come la storia della lingua giapponese è lunga e complicata, e ha alternato fasi di forte assorbimento delle influenze esterne con fasi di creatività indipendente. Questo la rende una lingua molto ricca di registri diversi, così come di più parole per descrivere lo stesso concetto. Per esempio, per dire “cuore” ci sono tre diversi termini:

  • こころ (kokoro 心) è di origine indigena, e indica il cuore in senso religioso e filosofico, come spirito o sede delle emozioni e dei pensieri. Ne avevamo parlato in questo articolo.
  • しんぞう (shinzou 心臓), di origine cinese, indica il cuore in senso fisico, come organo.
  • ハート (haato), dall’inglese, si usa in genere per il tipico simbolo del cuore (come in italiano la classica faccina sorridente è chiamata “smile”), oppure metaforicamente come kokoro, però più nello specifico in senso romantico.

E con questo direi che è tutto, non posso che augurarmi che questa serie vi abbia insegnato qualcosa di nuovo e, perché no? Anche interessato!

Immagini: Wikimedia

Questo guest post è stato scritto da Bai Jiali.
La sua passione per la Cina è nata leggendo “Viaggio in Occidente”. Dopo aver approfondito la letteratura e la cultura di questo paese, ha deciso di dedicarsi allo studio del cinese. Attualmente studia anche il giapponese.

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