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La storia del giapponese (seconda parte) – L’inizio della scrittura giapponese

18 Agosto 2015 7 CommentiGiapponese, Kanji

La seconda parte della storia del giapponese. Se ancora non l’hai fatto, prima di continuare la lettura ti consiglio di leggere la prima parte.

Ciao a tutti! Per una volta sono puntuale sulla tabella di marcia e, come promesso, prosegue la serie di articoli sulla storia della lingua giapponese. In questa puntata le cose inizieranno a farsi un tantino complicate, ma spero che l’articolo risulti comunque facile da leggere e divertente!

La lingua che ha avuto (e che continua ad avere) l’influenza di maggiore rilievo sul giapponese è la lingua cinese. In questo caso, con “lingua cinese” non intendo il cinese mandarino, cioè la varietà di cinese più parlata ai giorni nostri, bensì il cinese classico (文言).

Il cinese classico è ormai una lingua morta, e lo era da secoli ai tempi dei maggiori contatti tra la Cina e il Giappone. Generalmente la lingua parlata al tempo di Confucio (siamo nel V secolo a.C. circa) è considerata la lingua cinese classica per eccellenza.

Data la grande importanza culturale di Confucio in Cina, il cinese classico è stato per secoli usato come lingua franca, anche se non si usava più nella vita di tutti i giorni. Un ruolo simile l’ha giocato il latino in Europa, poi le lingue romanze più prestigiose (mentre quelle meno prestigiose, come il lombardo, il napoletano o il siciliano nel caso dell’Italia, sono state degradate a “dialetti”, pur essendo lingue a pieno diritto).

I primi contatti con la Cina (nonché le prime testimonianze scritte che parlano del Giappone) risalgono al IV-III secolo a.C. Allora, in Cina si era nel pieno Periodo degli Stati Combattenti (战国时代), un’epoca storica in cui numerosi piccoli Stati combattevano per l’egemonia, e che vedrà la vittoria dello stato di Qin (秦), la prima dinastia cinese.

Il Periodo degli Stati Combattenti è durato quasi trecento anni, e lo stato di guerra continua ha spinto molta gente a spostarsi altrove. Alcuni, passando per la penisola coreana, sono arrivati proprio in Giappone. Alcune tracce dell’arrivo di popolazioni cinesi in Giappone sono il miglioramento di alcune tecniche, specialmente nei confronti della metallurgia.

In ogni caso i primi contatti veramente importanti sono stati nel V-VI secolo, durante il cosiddetto “medioevo cinese”, periodo in cui la Cina era divisa in due parti, una settentrionale e una meridionale. L’influenza cinese non arriva però direttamente, bensì tramite la Corea o, per essere più precisi, il regno di Baekje (백제, 百濟).

Dal 552 d.C, secondo la tradizione, il buddhismo viene introdotto in Giappone, da cui parte tutta una serie di processi culturali tipicamente giapponesi (ma che si ritrovano in molte altre culture della zona), per i quali la novità introdotta dall’estero (la nuova religione, per esempio) non rimpiazza il vecchio elemento, ma, si inserisce nella cultura in maniera originale.

Più che di cambiamento, quindi, si parla di arricchimento. Così anche la società urbana, già fiorita in Cina e in Corea, ma sostanzialmente estranea al Giappone, si affianca alla concezione tradizionale dei clan. Con il tempo, la pratica dell’assimilazione culturale si estenderà anche alla lingua scritta.

All’inizio, all’idea di “lingua scritta” (文) si associava esclusivamente il cinese classico. Era inconcepibile anche solo pensare di scrivere in un’altra lingua, difatti, nei primi due secoli dal contatto con la Cina, si scrive solo in cinese classico. Poi inizia a nascere il bisogno di una lingua locale.

Il primo stratagemma, chiamato kanbun (漢文, “scrittura cinese”, notare come l’idea della scrittura è ancora collegata indissolubilmente con l’idea di Cina) consisteva nel scrivere un testo in cinese classico, mentre i caratteri vengono numerati per indicare l’ordine delle parole secondo la lingua giapponese. Per poter leggere questo tipo di scrittura però, occorreva conoscere il significato di ogni carattere, e tradurlo immediatamente in giapponese.

Ecco un esempio per capire meglio, utilizzando inglese e italiano anziché cinese classico e giapponese:

I (1) know (2) Mary (6)’s (5) nice (4) friend (3)

Se ordino le parole secondo i numeri, ottengo: I know friend nice’s Mary.

Che, tradotto parola per parola, diventa: io conosco (l’)amico simpatico di Mary.

Un esempio di kanbun con la traduzione giapponese.

Un esempio di kanbun con la traduzione giapponese.

Questa è una frase semplice, in più il giochetto è stato fatto tra due lingue con un ordine delle parole molto simile! Immaginate quanto dev’essere stato complicato fra cinese classico e giapponese, lingue dalla sintassi completamente diversa! In effetti, questo sistema fu presto abbandonato, e i giapponesi furono costretti a ideare altri mezzi per scrivere la loro lingua.

Ma di questo ne parliamo nella prossima puntata!

Questo guest post è stato scritto da Bai Jiali.
La sua passione per la Cina è nata leggendo “Viaggio in Occidente”. Dopo aver approfondito la letteratura e la cultura di questo paese, ha deciso di dedicarsi allo studio del cinese.

Immagine inizio post: Flickr

7 commenti

  1. Anna

    19 Agosto 2015

    Sempre + interessante!

    • anega tanega

      20 Agosto 2015

      Grazie! In realtà, penso che questo articolo sia un po’ sottotono, ma dal prossimo le cose dovrebbero farsi interessanti ;)

  2. Silvia

    2 Febbraio 2018

    ciao! solo un appunto: la frase in inglese corretto non dovrebbe essere “I know Mary’s nice friend”? ^_^

    • Gabriele

      6 Febbraio 2018

      Esatto! Nella frase annotata dell’articolo, cioè
      I (1) know (2) Mary (6)’s (5) nice (4) friend (3)
      i numeri si riferiscono all’ordine degli elementi in italiano, cioè io (1) conosco (2) l’amico (3) simpatico (4) di (5) Mary (6).
      In pratica, nel kanbun i vari caratteri del testo in cinese classico hanno sopra delle annotazioni che indicano l’ordine in cui leggerli perché la frase abbia senso in giapponese. Questo perché, come tra italiano e inglese, anche tra cinese (classico) e giapponese l’ordine degli elementi della frase cambia.
      Spero si capisca ^_^
      Adesso che ci penso, la frase inglese è pure un po’ artificiale, ma dava l’idea di questo sistema di scrittura!

  3. Antonio

    27 Marzo 2020

    Molto interessante ed esaustivo, solo che ho notato un incongruenza.
    La data affettiva di arrivo del Buddhismo in Giappone è il 538 d.C. e non il 522 d.C, grazie al sovrano corano Kudara, che donò all’imperatore Kinmei una statua di buddha, volumi di sutra etc.

    • Federica

      28 Marzo 2020

      Nel 538 avviene il contatto, ma non è la data ufficiale dell’arrivo del Buddhismo, peraltro scritta sbagliata nell’articolo. Ho corretto 522 con 552.

      • Antonio

        29 Marzo 2020

        Grazie mille per il chiarimento, tutto era partito proprio sul fatto di aver letto 522 d.C., ovvero una data precedente addirittura al 538 ed ero andato in confusione.
        Colgo l’occasione per dire che adoro questo sito, molto ricco di curiosità sul giapponese e sul Giappone.

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